Per Luigi non odio né amore. Il romanzo

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Gianni Antonio Palumbo pubblica il suo ultimo romanzo.

“Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è un’immortalità all’indietro.” Umberto Eco.

Mi permetto di aggiungere che chi legge questo romanzo conoscerà anche il pensiero di  Robespierre e la sua celebre frase per la condanna a morte di Luigi Capeto.

Il titolo del romanzo, pubblicato per Scatole parlanti nel giugno 2020, prende spunto proprio da questa frase sibillina che ricorre in più pagine ed è citata da alcuni protagonisti a denuncia di uno status emotivo nel quale si trovano a vivere. Le esperienze nefaste non sono spiegate da un sentimento forte ma impermeate di freddezza e impassibilità.

Il romanzo è un noir ambientato a Candevari, nome di fantasia per un paese della provincia di Brindisi dall’apparente vita tranquilla che cela inquietudini e misteri. La vicenda non ha un solo protagonista principale ma narra le vite di alcune figure cardine del paese intrecciate tra loro da un passato misterioso e da un futuro tragico. L’arrivo in paese di Mattia Landi suscita curiosità a molti abitanti. Egli è il nipote di Laura Ferro direttrice del Principe Amedeo, un collegio esistente già dalla seconda metà del Settecento con lo scopo di offrire rifugio ed educazione agli orfani della regione e della penisola. Gli ospiti sono per lo più disadattati e “renitenti alla disciplina, che facevano il giro di tutti i convitti d’Italia come a Pasqua con le sette chiese”.

 Il collegio dona vitto, alloggio e istruzione appropriata sin dalle elementari. L’obiettivo è fornire anche conoscenze rudimentali di qualche mestiere, elevare gli alunni attraverso una formazione cristiana nei saldi principi morali della nostra Patria. In sintesi gli allievi riescono negli anni ad inserirsi nella semplice vita lavorativa, nella carriera ecclesiastica oppure militare. Il collegio ha come diretta antagonista l’Accademia “Amaranta” alta istituzione che si occupa di studi scientifici e letterari. L’Accademia vanta le migliori menti della regione poiché ospita i figli della crème, la futura classe politica o economica del paese. Il forte divario sociale naturalmente inasprisce i rapporti tra gli adolescenti ospiti che si ritrovano in paese alla sera o in alcuni momenti di collegialità in cui non perdono occasione di insultarsi e offendersi anche in modo oltraggioso. Ne consegue che i docenti dei due istituti, insieme ai direttori siano in perenne competizione pur sapendo che l’humus sia diverso e che l’afflato didattico riscuota risultati differenti a seconda della fascia sociale.

I nostri ragazzi sono figli della terra e della terra hanno il sapore acre, l’istinto a vivere dei sensi senza ripensamenti, quella malizia rude che non conosce mascherate di società… Difficilmente il figlio di un diplomatico, al quale si spalancano le porte delle sale di lettura delle ambasciate, potrà rammentarsi del docente che gli ha regalato un libro per il semplice fatto che lo riteneva adatto a lui…L’allievo dell’Amaranta se la caverebbe anche senza i suoi benemeriti docenti. Siamo noi del Principe Amedeo a rendere servizio alla società, a educare i nostri giovani al rispetto, alla bellezza, alle leggi non scritte del vivere cortese…”

Attraverso la sagace e lineare riflessione di Lia, docente del Principe Amedeo l’autore mette in luce la profondità del pensiero moderno sulla didattica e formazione oltre la sua esperienza e passione per l’insegnamento. Con le voci, i pensieri e i comportamenti dei protagonisti Gianni Palumbo intesse con profondità trame ricercate su argomenti di attualità ma anche di forte elevatura sociale. La storia si svolge in un arco temporale breve, pochi mesi del 1978, anno molto ricco di avvenimenti tra cui il caso Moro, le dimissioni del presidente Giovanni Leone, i tre papi, eventi vissuti con ardore dall’intellighenzia di Candevari obnubilando alcuni protagonisti da accadimenti più contingenti e più vicini a loro. I drammi che vivono Mattia, Eleonora, Giulio, Marta, Laura provengono da costrizioni e menzogne costruite nel tempo, disattenzioni familiari, egoismi  ed ambizioni personali che hanno accantonato i sentimenti più puri a discapito del proprio accrescimento di potere.

Diversi sono i misteri attorno ai personaggi che si dipanano attraverso figure minori ma di prorompente esuberanza. In tutti c’è il fil rouge della solitudine, dell’abbandono e l’arrivismo e la menzogna diventano il mezzo attraverso cui sfogare le proprie frustrazioni.

Ogni personaggio viene introdotto inquadrandolo sotto diversi aspetti: fisici, relazionali, sociali e psicologici. La scelta linguistica è sempre appropriata al contesto descrittivo, mai stucchevole o artata, la nettezza dei vocaboli fa emergere ogni protagonista secondo il suo proprio essere delineando le scene con sapienza e rendendo contemporanei i personaggi.

L’autore spazia attraverso forme linguistiche differenti facendo esprimere i protagonisti ora in dialetto stretto, ora in italiano forbito, alterna citazioni latine a frasi in lingua straniera a seconda delle situazioni non disdegnando descrizioni crude, inclementi e brutali quando la scena lo richiede. Le espressioni suscitano così nel lettore la visione reale dell’evento colpendo con drasticità.

Incontrando l’autore in una splendida conversazione sulla genesi del romanzo è venuta fuori la sua ricerca pedissequa del dettaglio e dell’elaborazione. Il romanzo è frutto di quattro anni di lavoro, inseguendo un’analisi e una ricerca non solo della trama ma dello stile e del linguaggio. Gianni Palumbo racconta come da sempre sia stato un acuto osservatore e ascoltatore, di aver raccolto in tante occasioni sprazzi di conversazioni, atteggiamenti e comportamenti e averli trasferiti nei protagonisti attraverso una propria elaborazione. Ne consegue che ad esempio il comportamento dei giovani studenti dell’Accademia sia uno specchio aderente alla realtà contemporanea. Gli avvenimenti che si succedono, le idee malsane che fomentano il branco salgono purtroppo agli onori della cronaca molto spesso. I ragazzi della Candevari “bene” che superano il limite solo per fare uno sfregio o sentirsi appagati sono gli stessi che troviamo nei notiziari che cercano diversivi sempre più estremi per riempire la loro noia.

Il romanzo, che richiede una lettura attenta ed impegnativa, offre molti spunti di riflessione e approfondimento. Nessuna riga è lasciata al caso, vi sono riferimenti storici, letterari, musicali e di cronaca così completi e ricchi da avere la sensazione di leggere più romanzi contemporaneamente. Da ogni pagina traspare la vasta cultura e formazione dell’autore che inserisce importanti e puntuali riferimenti alle arti di cui è appassionato. Un lavoro letterario che conferma la sapiente figura di Gianni Palumbo al quale auguriamo per aspera ad astra.

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