Global disruption technology e Millennials

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Chi è nato tra il 1965 ed il 1979 appartiene alla Generazione X, una generazione di persone che ha vissuto in età giovanile il mondo di mezzo ossia la transizione dalla baby boomers generation alla net generation, vale a dire la generazione che per prima rispetto alle altre ha avuto una maggiore familiarità con le tecnologie digitali. Questa generazione è stata battezzata come la Generazione Y o giornalisticamente parlando anche quella dei Millennials in riferimento a chi è nato a ridosso o all’inizio del nuovo millennio. Ogni generazione è plasmata da fatti e persone di fama mondiale (attori, politici, sportivi, cantanti) che causano grandi cambiamenti culturali i quali a loro volta impattano sul modo di socializzare, di lavorare, di comunicare e di vivere quotidianamente. Questa generazione è stata anche denominata la MTV Generation per la forte influenza che ha avuto sui giovani adolescenti la nascita di MTV od anche la Peter Pan Generation in quanto per ragioni socioeconomiche ha vissuto per molto più tempo delle altre con i propri stessi genitori. Economicamente parlando qualcuno ha coniato anche il termine di Lost Generation in riferimento alla drammatica disoccupazione giovanile che si è avuta durante la Grande Recessione del 2008.

La generazione dei Millennials è stata la prima a cui è stata rivolta molta attenzione mediatica per i rischi di povertà sociale a cui potrebbe andare incontro nel momento di uscita dal mercato del lavoro in quanto le sue rendite pensionistiche saranno calcolate in forza del metodo contributivo. Per un millennial una inadeguata o peggio assente pianificazione finanziaria del proprio tenore di reddito al momento dell’età del pensionamento potrebbe rappresentare la differenza tra una frugale e limitata vecchiaia passata ad aspettare di morire ed una vecchiaia passata a viaggiare, a divertirsi e a fare quasi tutto quello che la salute permetterà di fare. In Italia più che mai questa conditio sine qua non è imprescindibile, soprattutto in considerazione sia delle dinamiche demografiche che delle dinamiche della spesa pubblica. La pandemia di coronavirus ha impattato drammaticamente anche sul bilancio dello stato portando il rapporto debito/PIL italiano ormai oltre il 150% (in epoca precedente eravamo al 130%). Più debito significa meno crescita, anche se il debito è finanziariamente sostenibile, in quanto gli oneri finanziari sono per definizione risorse sottratte alla crescita nazionale.

In pieno acme sanitario, la pandemia di coronavirus ha prodotto un consistente repricing generalizzato di quasi tutte le attività rischiose, le quali sono lentamente risalite nelle settimane successive grazie agli stimoli fiscali e all’espansione monetaria messa in atto dalle banche centrali. Chi oggi ha più o meno trent’anni dovrebbe cavalcare proprio le opportunità di investimento che si stanno delineando per le conseguenze del coronavirus guardando al 2030 o anche al 2040 come un target di orizzonte temporale strategico. Ai nuovi driver di crescita mondiale causati dalla digital revolution dovremmo infatti anche rapportare i tassi di interesse negativi che si avranno per diversi anni a causa della giapponesizzazione della curva dei rendimenti il che obbligherà a ricercare rendimento proprio nelle asset class in questo momento più snobbate. Chi ha trent’anni in ottica di retirement planning dovrebbe proprio per questo focalizzarsi sulle seguenti tre convinzione tematiche: la global disruption technology, la Cina considerata come allocazione stand alone e i paesi di frontiera (frontier markets). Sul primo temo è già stato dedicato un precedente editoriale, in sintesi estrema si tratta dei grandi cambiamenti che riguardano il mondo del lavoro in forza delle limitazioni dettate dal distanziamento sociale.

Sul secondo tema, vale a dire la Cina come allocazione stand alone potete farvi un’idea tramite il seguente video: in buona sostanza il mercato azionario ed obbligazionario cinese si è dimostrato molto resiliente al crash finanziario di marzo ed ormai si ha la convinzione diffusa che la Cina ha un motore economico che gira di forza propria grazie alla trasformazione sia dei consumi interni che del tessuto imprenditoriale. Infine il terzo tema è quello meno conosciuto anche mediaticamente parlando: i paesi di frontiera sono nazioni un tempo a economia pianificata che hanno recentemente abbracciato l’economia di mercato e sembrano per questo destinati a diventare i nuovi emerging markets del prossimo domani. Si tratta per lo più di paesi che crescono grazie a ingenti investimenti infrastrutturali interni e una sostenuta propulsione demografica come Vietnam, Nigeria, Romania e Perù (geograficamente sono anche non correlati). Sono nazioni che al momento risultano meno dipendenti dai capitali stranieri in quanto si trovano ancora in un primo stadio di evoluzione economica: proprio per questo vantano un interessante rapporto di rischio/rendimento su un orizzonte temporale di almeno dieci anni. I mercati di frontiera potrebbero pertanto essere considerati al pari dei paesi emergenti all’inizio del Millennio per il loro potenziale di crescita.

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